Per mille camicette al giorno

Per Mille Camicette Cover

Recensione di Anna Giorgini del libro “PER MILLE CAMICETTE AL GIORNO”, autrice Serena Ballista e illustratrice Sonia Maria Luce Possentini.

Presente sugli scaffali della biblioteca

IL VIAGGIO DI UNA CAMICETTA

Raccontare un viaggio o più viaggi.

Il viaggio dall’Italia a New York, o per meglio dire a Ellis Island, dove gli emigranti dovevano sostare per la quarantena, le visite mediche e, superati questi ostacoli, avere qualcuno della famiglia già inserito che li ricevesse al porto della Grande Mela.Chi non aveva i requisiti doveva imbarcarsi di nuovo nella nave con cui era arrivato e tornare al Paese di origine.

L’altro viaggio. Quello di una camicetta. Di quelle che si vedono nei film muti in bianco e nero, col colletto alla coreana, le maniche a sbuffo, la vita stretta, i polsi alti decorati con bottoncini preziosi. Appunto.

Una vera delizia. Ma il suo costo umano altissimo.

Cinquecento donne e un centinaio di uomini lavoravano nella TRIANGLE SHIRTWAIST FACTORY, collocati negli ultimi tre piani di un palazzone di WASHINGTON PLACE a New York: 60 ore alla settimana e moltissimi straordinari imposti e mal pagati. Ma era il cottimo la vera piaga: sotto il controllo dei cosiddetti “caporali”, che sorvegliavano ferocemente la produzione, le donne erano costrette a ritmi incessanti che provocavano spesso degli incidenti nelle ore lavorative.

Gli ingressi erano chiusi a chiave, per impedire qualsiasi perdita di tempo. E questo, nel momento in cui scoppiò l’incendio, il 25 marzo del 2011, causò la perdita di tantissime vite umane: 129 operaie morirono bruciate vive o asfissiate, altre nel tentativo di salvarsi la vita gettandosi nel vuoto: le chiamarono le comete perché lasciarono una scia di fuoco e fumo. Tra le vittime, 38 italiane, di cui 24 salpate dalla Sicilia.

“E’ stato per mille camicette al giorno, porte serrate a doppia mandata e una scala antincendio rotta, che la scintilla di una macchina da cucire o forse quella del sigaro di un tagliatore di stoffe – chi può dirlo, a parte me? –  Appiccò il fuoco in Rose.”

Gian Antonio Stella sull’iincendio della “Triangle” (“Quella svista sull’8 marzo”, Corriere della Sera, 8 marzo 2004).

«La folla da sotto urlava: “Non saltare!”», scrisse il New York Times. «Ma le alternative erano solo due: saltare o morire bruciati. E hanno cominciato a cadere i corpi». Tanti che «i pompieri non potevano avvicinarsi con i mezzi perché nella strada c’erano mucchi di cadaveri». «Qualcuno pensò di tendere delle reti per raccogliere i corpi che cadevano dall’alto», scrisse il Daily, «ma queste furono subito strappate dalla violenza di questa macabra grandinata. In pochi istanti sul pavimento caddero in piramide orrenda cadaveri di trenta o quaranta impiegate alla confezione delle camicie». «A una finestra del nono piano vedemmo apparire un uomo e una donna. Ella baciò l’uomo che poi la lanciò nel vuoto e la seguì immediatamente». «Due bambine, due sorelle, precipitarono prese per la mano; vennero separate durante il volo ma raggiunsero il pavimento nello stesso istante, entrambe morte».

Non si pensi che non ci fosse la consapevolezza della condizione di lavoro delle lavoratrici: già l’ 8 marzo 1857 si indisse il primo sciopero delle operaie tessili di New York contro il lungo orario di lavoro, i salari bassi, il lavoro minorile e le disumane condizioni di lavoro.  E altri scioperi e manifestazioni si susseguirono negli anni successivi.

“Io lo sapevo che Rose andava a fuoco. L’avevo già vista sfilare alla testa dello “sciopero delle ventimila”, il più grande che la mia città abbia mai conosciuto.

Lei, che invece era così piccola, a occhio direi quattro piedi e nove pollici, aveva parlato come una gigante alla folla di sartine in conflitto con i padroni: ipnotica come la fiammella di una candela.

PER MILLE CAMICETTE AL GIORNO, autrice Serena Ballista e illustratrice Sonia Maria Luce Possentini, che ha usato immagini così vere ma così amorevoli e delicate, quasi in conflitto con la crudezza dell’evento, colpisce per la sua incisività, per la sua chiarezza, ma anche per la sua incommensurabile dolcezza: non c’è acrimonia, vendetta, livore: emerge, questo sì, la consapevolezza di queste donne, la voglia di emanciparsi, la proiezione verso il futuro.

Le Rose volevano tutto. Fu così che entrarono per prime nei sindacati degli uomini e, da quel momento in poi, l’Otto marzo ebbe un universo di diritti in più da esigere.

Emerge, purtroppo, anche un mondo senza regole, rivolto unicamente al profitto e che non tiene conto dei diritti dei lavoratori, un mondo senza pietà per donne, uomini e bambini che, per un pezzo di pane, rischiavano la vita.

Molto è cambiato da allora ma ancora molto resta da fare in questo ambito.

Questo libro è anche, in questo senso, un monito.

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